| L'autogestione industriale riparte dalla bicicletta |
Inviato da novus 14:18 |
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attualità, comunità |
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Nello
stato tedesco della Turingia, a Nordhausen, il 10 luglio scorso 135
operai e operaie impiegati presso la fabbrica di biciclette "Bike
Systems GmbH" hanno deciso di occupare gli stabilimenti per impedire lo
smantellamento e la svendita degli impianti, di proprietà della texana
Lone Star.
Attualmente
il personale della fabbrica lavora in tre turni e riceve il sussidio di
disoccupazione, ma l'obiettivo è quello di poter continuare a lavorarvi
per dimostrare le capacità dei lavoratori e della lavoratrici nello
sviluppare con successo una produzione ed una distribuzione autonoma.
Per questo è stato attivato il sito strike-bike.de, anche in lingua inglese.
L'obiettivo
concreto è quello di raggiungere entro il 2 ottobre un ordine
complessivo non inferiore alle 1800 richieste di biciclette. Dopo i
numerosi attestati di solidarietà e dopo l'appoggio che il sindacato anarcosindacalista FAU (Freie Arbeiterinnen und Arbeiter Union)
sta dimostrando, questi operai hanno cominciato a sentirsi più
fiduciosi nei propri mezzi e così hanno deciso di riprendere la
produzione per arrivare ai fatidici 1800 ordini. L'altro
importante traguardo che i lavoratori e le lavoratrici della Bike
Systems GmbH vogliono raggiungere è quello di aiutare la diffusione di
idee legate all'autogestione ed alla solidarietà, dando un forte
sostegno morale alle compagne ed ai compagni che si trovano in una
situazione simile o vogliono attuare progetti di autoproduzione
industriale e che lottano, come loro, per evitare la "ristrutturazione
zero". In questo articolo di A-Infos ci sono tutti i recapiti per mettersi in contatti con gli e le occupanti della Bike Systems GmbH.
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| I lucchetti dell'amore |
Inviato da novus 16:12 |
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attualità |
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In molt* ormai avranno sentito parlare del dilagante fenomeno partito dalle pagine di un libro di Federico Moccia: il giuramento di eterno amore che due protagonisti di un suo romanzo sanciscono con un lucchetto chiuso su un lampione del Ponte Milvio a Roma, gettando la chiave nel Tevere. La faccenda sta assumendo dei contorni esasperati, con decine di servizi televisivi (principalmente Mediaset) girati sul ponte a testimonianza delle migliaia di coppie intente ad emulare il gesto raccontato da Moccia e che hanno posizionato talmente tanti lucchetti che il tal lampione il 13 aprile scorso è quasi crollato. Questa mania ha catturato anche gli interessi della rete, portando alla creazione di un sito con tanto di esuberanti modelle ed un catalogo di puro trash-merchandising con cui spillare soldi alle famiglie dei poveri adolescenti, cascati in un morboso gioco collettivo dell'ammore. Sempre nello stesso sito è presentata una specie di "storia della lucchettomania", da cui si impara che i primi ossessionati a lanciare questa moda furono dei militari al termine del loro servizio di leva: una tradizione iniziata nel migliore dei modi e con i più alti propositi, mi verrebbe da sentenziare... Vi sono poi le immagini dei vari casi di emulazione che stanno saltando fuori un po' in tutta Italia, da nord a sud indiscriminatamente. Anch'io mi sono avvicinato all'argomento capitando casualmente in uno di questi luoghi presi di mira dai sedicenti innamorati, intenti ad inchiodare i loro sentimenti ad una inferriata verde sopra un piccolo ponte di Ravenna detto "pontino": un luogo con una storia tutta particolare per i giovani un po' più irrequieti della mia città (tanto per intenderci, in molt* hanno fumato la prima canna in questo posto): 
Guardo questi lucchetti e penso che il nostro pianeta stia scivolando sempre più verso l'oblio. Cosa posso provare nel momento in cui uno dei sentimenti più potenti dell'essere umano viene collettivamente percepito attraverso l'immagine di un lucchetto? Con quale coscienza mi pongo nei confronti di una ragazza che mi piace, se immagino che quello che provo per lei può essere rappresentato da un attrezzo che serve per imprigionare? Ho la sensazione che il fulcro da cui nasce questo fenomeno sia lo stesso da cui sgorga il fanatismo religioso. In entrambi avverto la volontà di affermare un sentimento che in realtà diventa mistificato da interessi più grandi dell'uomo fin dal momento in cui esso si concretizza: in pratica, un aborto dell'anima. Provo a cercare degli elementi che ne caratterizzino la genuina derivazione umana, ma non riesco a trovarli. Se guardo questi lucchetti non vedo due innamorati che si fidano l'uno dell'altro, ma una massa informe di donne e uomini che cercano di coprire un vuoto che hanno nel cuore e di cui non riescono a capire l'origine. Tutto sommato, nulla di nuovo per un mondo che sta morendo lentamente. Beh alla fine io Moccia non l'ho mai letto e credo che mai lo farò. Ho letto una specie di recensione di una mia amica sull'ultimo libro che ha scritto e questo mi basta. La linko qui. Non che sia una critica letteraria professionaista, ma per quanto riguarda la sensibilità verso i fenomeni di massa giovanili, la Nicole può senza dubbio dire la sua.
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| Il rock vale più dell'oro! |
Inviato da novus 18:00 |
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attualità, psichedelia |
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Esiste una merce in grado di generare una quota di guadagni
spropositata ma allo stesso tempo di circolare liberamente attraverso
tutte le frontiere conosciute, di mantenere intatto il valore della
lavorazione umana di cui si compone nonostante possa raggiungere una
diffusione planetaria. Questo materiale così prezioso è il rock
indipendente. Per non fraintedere, chiarisco che questo rock non ha
niente a che vedere con la musica ormai consacrata come "indie" o con
la filiera produttiva che sta dietro ai concerti fatti negli stadi
pieni di gente e in mondovisione. E' indipendente quel rock
prodotto e sfornato al consumatore attraverso dei passaggi autogestiti
dagli addetti ai servizi, cioè da un sistema in cui i ruoli di
musicista, discografico, promotore, distributore, ecc siano definiti e
indipendenti l'uno dall'altro ed insieme si confrontino per tendere
continuamente al raggiungimento di un prodotto migliore - mantenendo
entrambi gli aspetti di pubblico e critica sotto lo stesso cielo. In
sostanza, per salvaguardare l'attività musicale dagli assalti
dell'industria discografica, bisogna mantenere vivo il senso artistico
di un'opera in cui risuonano le diverse influenze più o meno umane che
hanno contribuito alla sua realizzazione. Non certo un lavoro facile
per la nostra epoca, come già intuiva Walter Benjamin all'inizio del
'900 riguardo gli effetti dalla riproducibilità tecnica nell'opera
d'arte. Eppure il rock è riuscito a mantenere vivo e vegeto
questo valore aggiunto che l'arte possiede, creando una specie di
circuito finanziario gestito da fattoni in bermuda e ciabatte, col
rutto sempre in canna. Molto spesso - come giusto che sia - il valore
monetario di queste opere non influisce tanto nel valore complessivo del
disco quanto piuttosto riesce a fare il lato emotivo della questione, ma comunque
sempre di una gran bella ricchezza si tratta... altre volte invece ci si
può imbattere in vere e proprie miniere di denaro che però rimangono ad
orbitare in ambienti genuini, popolati da personaggi come i tizi in
bermuda di cui sopra.  Lo spunto per queste riflessioni me l'ha dato un disco che mi è capitato di avere per le mani poco tempo fa. Si tratta di "Candlewolf Of The Golden Chalice", un EP dei Sunn O))) registrato alla fine del 2004 per le mitiche Peel sessions
della BBC, ma realizzato nel 2005 dopo la morte di John Peel (avvenuta
il 25/10/04). E' un disco che fa parte della "filiera indipendente" a
cui accennavo prima e sia per la splendida tiratura in vinile con
serigrafia del disco, sia per questa nefasta coincidenza di collocarsi
in un punto impreciso tra la vita e la morte dello storico Peel, Candlewolf Of The Golden Chalice, ogni volta che appare sul sito di aste
internazionali eBay, viene venduto attorno ai 150 $. Pensare che
all'indomani della sua uscita mi trovavo a Norimberga per assistere
appunto ad un concerto dei Sunn 0))) e alla banchetta del gruppo si
vendeva questo vinile per 15 €: non era di mia conoscenza e grazie
anche il mio innato talento nello schivare i soldi, lo snobbai. Se
l'avessi comprato mi sarei reso colpevole di un investimento che nel
giro di un anno e mezzo avrebbe fruttato circa 7,5 volte il suo valore
iniziale: ad esempio acquistandone quattro copie, con 60 € avrei
ricavato 450 € puliti. Peggio dei più cinici amministratori edili. Mi
consola pensare che comunque oggi quei dischi si trovano nelle mani dei
pochi fortunati in bermuda di cui si parlava che magari un po' furbetti
lo sono anche, ma se glielo chiedi il disco te lo fanno ascoltare tutte le
volte che vuoi.
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| I neofascisti in Italia - ieri una barzelletta, oggi una spettrale realtà |
Inviato da novus 11:31 |
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attualità |
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Nel suo blog, il sempre attivo Piero Ricca offre un paio di filmati molto interessanti costituiti dalle domande rivolte a Saverio Ferrari: storico militante antifascista che da qualche anno ha avviato un'importante opera di monitoraggio sulle attività neofasciste in Italia. Saverio si è occupato della pubblicazione di alcuni libri inerenti all'argomento e dirige la redazione di "osservatorio democratico", un'associazione che produce informazione antifascista con il proprio sito. Si parla delle nuove attività di gruppi neofascisti d'Italia (con qualche accenno alla situazione europea), che in fondo non sono altro che la riproposizione delle lugubri logiche del ventennio portate avanti dai soliti personaggi - inspiegabilmente ancora a piede libero dopo tutte le condanne che negli anni hanno accumulato sul groppone. Dal 2004 ad oggi i casi di aggressione da parte di gruppi neofascisti stanno aumentando in modo esponenziale e a giudicare dal disinteresse con cui i vertici dello Stato si rapportano con tali episodi, secondo i miei calcoli nei prossimi periodi le cose non potranno che andare sempre peggio. 
streaming del filmato: con realplayer
con media player download del filmato: AVI (127 MB)
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| Loschi traffici all'ombra delle due torri |
Inviato da novus 16:42 |
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attualità, luoghi |
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Da ormai due mesi, sulla stampa locale bolognese è normale imbattersi in qualche trafiletto che si scaglia contro il Link e la presunta attività di spaccio al suo interno che gli inquirenti tentano di appurare. Tentano? ..ma che tipo di intelligence occorre per capire che negli ultimi 10 anni, mezza Bologna è andata abitualmente nelle zone subito attigue al Link per rifornirsi? Non riesco a spiegarmi quale sia il motivo di tanta ignoranza da parte degli sbirri: in questi anni avranno sicuramente passato il loro tempo a monitorare e documentare l'imponente spaccio che, prima in via Fioravanti e ora in via Fantoni, ha affollato le notti di ogni week-end. Mi pare una cosa così ovvia.
Innanzitutto bisogna precisare che i ragazzi della gestione hanno sempre tentato di porre un freno a questa meschina attività: ricordo che già verso la fine degli anni '90 il Link si era dotato di una super-squadra di buttafuori africani che incuteva timore a chiunque. Tanto che all'interno dell'edifico, nonostante il massiccio consumo di sostanze, era veramente raro incappare in qualche rissa (infinitamente più raro, ad esempio, rispetto a quanto accadeva presso gli omologhi del Link sulla riviera romagnola). Lo spaccio regnava subito all'esterno del locale, mai al suo interno. La gestione ha sempre considerato tale attività un problema, piuttosto che una risorsa. Più o meno lo stesso problema che affliggeva il Livello 57 fino a 5-6 anni fa, quando schiere di magrebini intossicati e alcolizzati dirigevano in modo del tutto incontrastato lo spaccio sotto al ponte di via Stalingrado, subito a ridosso dell'entrata del centro sociale. Anche quì i ragazzi della gestione tentarono più volte di allontanare gli squallidi mercanti, ma alla fine spuntava sempre fuori qualche lama (per non parlare di rivoltelle) che metteva tutti a tacere a favore del silenzioso e placido proseguimento dell'attività. Così lo spaccio è potuto continuare tranquillamente fino a quando la sede del Livello non si è dovuta trasferire. E gli sbirri? Vogliamo essere così cretini da credere che non sapessero niente gli sbirri di questa situazione? Tempo fa un ragazzo di Milano mi raccontava che una circostanza molto simile stava cominciando a prendere piede al Pergola, ogni degli spazi liberati più avanti della sua città: soliti problemi con spacciatori che tengono i coltelli dalla parte del manico e tu, pacifico attivista, non puoi che rassegnarti.
Ho l'impressione che ogni volta che si tratta di allontanare lo spaccio di droghe dalle zone intorno ai centri sociali, le autorità vengano colte da un'improvvisa "pigrizia" che rallenta, per non dire blocca, ogni forma di contrasto nei riguardi degli stessi spacciatori.
E' possibile, mi chiedo, che nella città di Bologna un'infinita schiera di nordafricani sia riuscita a vendere per 10 anni di fila lo stesso tipo di fumo nelle stesse identiche zone (guarda caso la zona universitaria) senza che la figura di rifornimento venisse mai sfiorata da indagini di polizia? E' palese che le decine di spacciatori che nell'ultima decade hanno imperversato da porta Mascarella a porta Castiglione, fossero organizzate da un unico centro: quella suola di hascisc -certamente più nociva di qualunque altra qualità di fumo- che vendevano è stata sempre e solo la stessa. Può infatti accadere, per delle coincidenze, che dei pusher vendano lo stesso tipo di fumo per qualche giorno, ma non per 10 anni consecutivamente! E soprattutto non quando i poveri spaccini di strada vengono arrestati e il giorno dopo ti ritrovi davanti un nuovo venditore che ti offre lo stesso fumo del ragazzo ingabbiato il giorno prima.
Boh, io ho tanto l'impressione di essere peso per il culo.
Dopotutto sono attestati diversi casi di intrusione da parte di loschi trafficanti all'interno del movimento giovanile bolognese. Poco fa leggevo un libro scritto da Gianni Cipriani (il condirettore di e-Polis, la testata giornalistica nazionale free-press di livello, e in passato firma dell'Unità) sui movimenti eversivi in Italia legati ai servizi segreti atlantici: "Sovranità limitata" (edizioni associate). Ebbene in questo libro, a pagina 256, Cipriani parla di una cartolina che lo storico attivista bolognese Bifo, insieme ad altri, scrisse da Parigi il 6/12/1977 a Ronald Stark, un americano che in quel periodo era incarcerato mi sembra a Pisa per traffico internazionale di stupefacenti. Stark è un personaggio enigmatico della stagione degli anni di piombo: durante la permanenza nelle carceri italiane si guadagnò la stima e la fiducia dei dissidenti nostrani, come attestato da Curcio e compagni, ma quando riuscì a lasciare l'Italia poco dopo (attraverso la base militare di Camp Derby o di Vicenza: info riservata cui nemmeno i giornalisti possono accedere) la sua identità fu chiara a tutti: addetto alle covert operations della CIA. Più tardi, nell'82, l'Interpol dichiarò di averlo arrestato nuovamente per un traffico di 200 kg di eroina scambiato con armi, ma la CIA si affrettò a far circolare la notizia secondo cui Stark sarebbe morto in quello stesso periodo per overdose. Interessante notare che le notizie in nostro possesso su questo personaggio sono state raccolte da magistrati che operavano a Bologna: Nunziante e Floridia.
Penso che la verità sugli oscuri traffici di droga non potremo mai saperla, ma quello che posso constatare è che Bologna -dagli anni '70 fino ad oggi- è stata e continua ad essere uno dei bersagli più importanti per le organizzazioni che sfruttano lo spaccio all'interno dei movimenti giovanili. Mannaggia all'emmedi!
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